Plasmare il temporaneo
«Per indagare il paesaggio, di solito definisco dei limiti ad una zona e implacabilmente ci cammino dentro. Un tentativo di svelare i segni e i sintomi che contiene. Segni di quello di cui non sono davvero sicuro. Eppure, una volta collegate in serie, le mie immagini sono una finzione, la mia finzione. La mia pratica consiste quindi nel procedere a grandi passi avanti, cercando di decifrare qualcosa senza sapere bene ciò che sarà. Ma io continuo fino a quando sento che ho esaurito l’area prescelta.»
Conoscere ciò che ci sta attorno, muoversi dall’interno, interrogarsi, diventare consapevoli della propria dimensione umana tra le cose. Un presente in continuo progresso, quasi mai fermo come il nostro sguardo, una incessante trasformazione di materia che comunque nasce sempre dall’intenzione di modificare l’ambiente, per capirlo e capirci. Destini temporanei e ricorrenti e che si rifletteno continuamente su di noi e sulle pagine di storia che scriviamo più o meno coscientemente. Come in questo lavoro del fotografo francese Pascal Fellonneau, quasi anonimo come un dialogo universale fatto di segni e tracce lasciate da un microcosmo in divenire.
Una nuova idolatria
«Qual è il rapporto tra paesaggio e divinità?» Da questa domanda prende le mosse la bella ricerca fotografica di Andrea Gaio, tanto più interessante se l’oggetto preso in esame è un territorio, quello contemporaneo veneto, da cui l’industrializzazione e l’affannata corsa al benessere degli ultimi decenni pare aver cancellato o comunque in parte estirpato ogni traccia di tradizioni locali e di cultura popolare, e di conseguenza i segni di una persistente identità religiosa, in favore di canoni estetici massificati o, se vogliamo, “americanizzati”. Curiosa e calzante la relazione messa in luce dal fotografo veneto tra la frammentazione del paesaggio e la necessità di appartenenza propria di chi lo abita, un sentimento da riaffermare o a volte da ricostruire completamente. «L’immagine del paesaggio circostante», spiega Andrea Gaio, «è ambigua, sfugge al controllo, parla dei suoi abitanti in quanto frutto della loro azioni ma allo stesso tempo gli è aliena, perché nasce da una creatività spontanea, da un bisogno di comunicare attraverso i simboli, scritte, messaggi che hanno lo scopo di pubblicizzare prodotti ma che alle volte sembrano più messaggi di aiuto inascoltati, oggetti che tendono ad un significato altro, profondo». Le antiche ed emarginate divinità trovano spazio nel quotidiano sotto forma di nuovi idoli, segni spontanei di tributi più o meno espliciti a una nuova religione che ha nell’individuo e nella sua affermazione dalle proprie origini rurali il vero oggetto di culto.
Fantasmi e sabbia
Diversamente dalla serie “Middletown” il nuovo progetto di Douglas Ljungkvist “Ocean beach” ha un maggiore rigore compositivo, ottenuto attraverso un uso preciso della luce e del colore. Una descrizione onirica dalle tinte pastello che esalta i dettagli e le differenze minime. In aggiunta il fotografo svedese è abile nel creare un silenzio e una quiete che bene si adattano all’atmosfera di vuoto e di attesa in cui precipitano i luoghi balneari fuori stagione. Un nuovo documento sul paesaggio americano sviluppato con eleganza e discrezione.
«Pur essendo un accanito viaggiatore è il New Jersey Shore che trovo essere uno dei miei posti preferiti dove tornare. Dopo aver viaggiato qui un paio di volte in passato ho desiderato per molto tempo fermarmi a Ocean Beach per fotografare. È la spiaggia più democratica. Fatta eccezione per un paio di cottage a margine, tutti i lotti hanno la stessa dimensione. I cottage (alcuni potrebbero dire che non sono altro che roulotte glorificate) sono disposti in una griglia di tre sezioni che ammonta a 2.000 unità complessive. Anche i nomi delle sezioni sono democratici: Ocean Beach I, II, III. Non è cambiato molto a Ocean Beach da quando è stata costruita alla fine degli anni ’40 per offrire alle famiglie operaie un’alternativa conveniente per le vacanze. Le strade ancora costituite di sabbia rafforzano il senso del luogo. Non c’è molta vegetazione che cresce in questo ambiente composto di sabbia, vento, e sale. Tuttavia, la poca vegetazione che c’è si distingue nelle sue diverse varietà aghiformi. Nella generale uniformità dei cottage c’è ancora l’individualità, compresa nei colori di gelato che mi diverto a “ritrarre”.»
Trucchi luminosi
Considerato il lavoro maggiore di Koo Sung Soo, Magical reality sembra celebrare i sogni dell’artista sud coreano a occhi aperti. Volutamente spettacolare la realtà, quasi una finzione di se stessa lascia apparire il gesto fotografico nella sua essenzialità. Quasi scomposto grammaticalmente esso ricerca una pura ed espressiva soggettività. «Se l’arte è espressione dell’interiore, allora cosa si può dire della fotografia?», si domanda l’artista. Un interrogativo attorno al quale egli costruisce il suo racconto, a tratti immediato e a tratti illusorio come spesso lo è la percezione. E se è così, cosa più del lato angosciante e alienante delle riproduzioni importate di edifici, delle forme di intrattenimento simboliche, delle futili quanto artificiali scenografie commerciali, può rendere la dimensione surreale della società? Un desiderio di manipolazione che impregna l’ambiente e che riflette il bisogno dell’artista di non controllare più la realtà attraverso la tecnologia ma con il proprio linguaggio.
In piedi sul mondo
Viva. Così pare la fotografia e l’attenzione che Meral Güler ripone sull’ambiente e a ciò che in esso compare o si svolge. Dissacrante e impietosa, a tratti ironica e sottile, l’artista ignora i canoni di un’estetica ammiccante, giudiziosa e politicamente corretta per dare sfogo ad una personale poetica. Il suo stile graffiante riflette il bisogno di raschiare dalla coscienza sociale le ultime briciole di umanità che restano. Scatti che esprimono una profonda soggettività e un desiderio di non arrendersi alla realtà.
«Il mio approccio fotografico è documentario e realismo concettuale allo stesso tempo. Queste immagini fanno parte di un progetto in corso che indaga sul conflitto intrinseco alla mobilità e alla diversità culturale. Io, istintivamente, ricerco realtà quotidiane che riflettono la condizione sociale. Sto cercando una narrazione che vada oltre l’immediato e suggerisca una corrente socio-politica secondaria, spesso con una presenza fugace dell’uomo, all’interno di un ambiente prosaico. Le immagini rappresentano una connessione e sconnessione con la natura, la cultura e l’interiorità, nel tentativo di ritrarre uno spirito di resistenza, un’ironia redentrice.»
Spaccati di terra
Incontri ravvicinati con spazi anonimi, ritagli di paesaggio certo, ma stranamente sensibili. Andreas Doerr riflette senza equivocare sulla condizione del territorio senza indugi e con inquadrature che tagliano una realtà, quasi spogliandola per esaltarne la materia.
«In generale, mi interesso di quello che è conosciuto come il “paesaggio alterato dall’uomo”. In modo particolare l’interfaccia tra natura e cultura. Le mie fotografie sono una sorta di ritratto di un luogo. Alcuni di questi luoghi, come in Almost nowhere e Interstate, sono quasi impercettibili se considerati nel loro contesto naturale. In questi casi la fotografia e il luogo diventano quasi la stessa cosa. Nella serie Roadworks, una dimensione supplementare, vale a dire il tempo, gioca un ruolo importante. Roadworks mostra il processo irreversibile del modificare e plasmare il paesaggio. I luoghi indicati in Roadworks esistono solo per un tempo molto limitato nella condizione e nella topologia fotografata. Io impiego uno stile documentale, sicuramente influenzato dalla Scuola di fotografia di Dusseldorf. Tuttavia, le mie fotografie non sono documenti. Sono infatti troppo soggettive e distorte dalla mia percezione del luogo. Inoltre, esse mostrano chiaramente la presenza di un fotografo nel modo in cui sono inquadrate e riprese».
La giusta distanza
In fondo è solamente una questione di scala. Lungo una vita intera non si fa altro che lasciare segni tutto intorno, sulle cose e sulle persone, sui pavimenti che si calpestano e sugli spigoli dei gradini o dei mobili di casa che si scheggiano inavvertitamente, e pure qualche segno lo portiamo addosso, col tempo, come i tronchi degli alberi. Solo se dal quotidiano passiamo ai secoli e poi ai millenni, e dalla nostra stanza apriamo la porta a ciò che se ne sta fuori, ecco, allora è il mondo a parlarci di segni più o meno evidenti che il tempo, la natura stessa, o molto spesso l’uomo, vi ha inferto. Eppure il corpo del mondo ha fatto propri anche questi. Non è un caso che Gianpaolo Arena utilizzi la scala più adeguata per osservare – e attraverso il suo sguardo mostrare e raccontare – un microcosmo. E lo fa con misura, con la delicatezza dell’osservatore schivo eppure con abbagliante lucidità, senza sbavature, quasi che il gioco, peraltro perfettamente riuscito, sia quello di mettere in luce la complessità di piani attraverso cui un luogo può dire di sé e della propria storia. Anomalia geologica ed ecosistema chiuso, traccia persistente nel territorio e oggetto pressoché inattaccabile, il rilievo dalla forma peculiare che sorge di poco a sud dell’attuale corso del fiume Piave, il Montello, conserva nei secoli la propria definita natura di “isola”, seppure nel tempo sia stato lo specchio di molteplici necessità e tentati utilizzi andati a vuoto quando distanti dal puro equilibrio ambientale. Un tempo uno dei boschi di querce che la Serenissima sfruttava per l’Arsenale, oggi esempio di come l’uomo incida la superficie della terra, di come deformi e pieghi al proprio volere il paesaggio nel profondo, di come lo abiti e gli dia il proprio nome, ma anche di come la natura ne riprenda gradualmente possesso rendendo proprio ciò che di meramente umano il paesaggio stesso mantiene, in una sorta di rigenerazione. Ma questo è solo un frammento di una storia che, mutata la scala, diviene tanto ampia da non saperne più cogliere i margini, perché ancora aperta. Nella serie fotografica che vi ha dedicato Gianpaolo Arena, forte di una maturità interpretativa e di un’immediatezza quasi oggettiva, il Montello diventa un racconto per immagini, una pietra scolpita da leggere e interpretare, un monile intarsiato nei cui intagli ci si potrebbe vedere altro, senza dover raccontare o chiedere oltre, risposte immediate a un presente vivo e pulsante, di nuovo segni di intere vite, forse ancora da venire.
Quasi delle isole
Quello del fotografo di stanza a Parigi è uno stile documentale difficile da liquidare a parole. Il suo lavoro infatti si compone di un vocabolario assai ricco. Principalmente ci troviamo ad osservare dei luoghi, non sempre riconoscibili poiché l’attenzione si pone sull’interpretazione più che sul significato che questi spazi assumono per la disinvoltura e la caparbietà nella loro rappresentazione. Cyrille Weiner ci sorprende moltissimo con cui riesce ad appropriarsi dello spazio, a creare un dialogo per i suoi soggetti quasi fossero degli attori che avessero bisogno di raccontare e spiegare le situazioni ritratte. Ed è proprio questa intrinseca soggettività che probabilmente caratterizza e trascende la sua fotografia determinandone la cifra artistica. Attraverso i suoi diversi progetti, di cui riportiamo alcune immagini, Weiner passa in rassegna molte questioni geografiche, urbane e sociali di attualità, sconfinando nell’ambiguità ma senza esasperarne le conseguenze. Un portfolio che colpisce proprio perché ci mostra le fragilità che conosciamo, lo spirito di adattamento dell’animale contemporaneo che è l’uomo che si libera in sentieri o pretesti spesso controversi e incomprensibili quanto reali. .
La città cannibale
Sembra quasi che la città nella sua costante trasformazione non riesca a spazzare via del tutto i segni del suo passato. David Schalliol, studioso di sociologia prima ancora che fotografo, ce lo ricorda bene, con questa nitida ed elegante serie di immagini che parlano di edifici rimasti soli più che abbandonati, in uno spazio che sembra troppo distante. Edifici che resistendo nella loro statuaria solitudine ci offrono un metro di misura della velocità e della voracità con cui l’organismo urbano si nutre di sé stesso attraverso una sorta cannibalismo edilizio.
«La serie Isolated Building nasce dal mio interesse sociologico ed estetico per le trasformazioni rapide dei sobborghi di Chicago. Alla ricerca di un’espressione per la transizione urbana, ho selezionato gli edifici privi di vicinato perché la loro forma urbana è in conflitto con la rispettiva localizzazione quasi-urbana. Data la nostra comprensione degli edifici urbani, come parti integrate e prossime ad una comunità di strutture, questa tensione solleva degli interrogativi sulle circostanze che determinano l’isolamento e, quando vengono visualizzati come una serie, sulle analogie e le distinzioni nelle trasformazione di quartiere.»
© Courtesy of David Schalliol
www.davidschalliol.com
(clicca sull’immagine di destra per altre foto)
Nodi gordiani.
È qualcosa che si coglie, ancora prima di averne la conferma dalle parole che Lauren Henkin accompagna al proprio progetto, e che si muove sul fondo e insiste come un ronzio che non si fa intendere per intero, come una sensazione indefinita a cui non sai dare un nome. È qualcosa che ha a che fare con la necessità di conoscersi, prima ancora di conoscere il mondo e le persone che ne fanno parte. Il percorso che ha portato la fotografa americana ad affrontare questa commovente serie dedicata al paesaggio – ma non solo – della Nova Scotia, è molto più simile a un viaggio interiore che a quello intrapreso per raggiungere e poi fare proprio l’isolamento di questa regione canadese. Con spiazzante sincerità Lauren ci porta per mano fin sulla porta del proprio mondo interiore, ci rende partecipi di un momento particolarmente doloroso della sua esperienza personale e affettiva, ci mostra come l’espressione artistica, e nel suo caso la fotografia, possa essere uno strumento straordinario per ritrovarsi. Scatti dalla bellezza cristallina in un bianco e nero abbagliante – che è quello dei ricordi e, come molti dicono, dei sogni – mettono in luce antiche paure fin troppo simili alle più attuali angosce, ci raccontano di un passato di uomini sradicati che alla malinconica essenza di questo paesaggio hanno affidato i propri timori come pure le proprie speranze, e dello spaesamento forse ancora più profondo che è quello delle presenti generazioni, alla costante ricerca di quel qualcosa a cui non sai dare un nome, non ancora. E le fitte nebbie del nord e i boschi più intricati non sono che soglie da attraversare, luoghi simbolici in cui addentrarsi fino a perdercisi, e da cui uscire rinnovati, e più forti.
L’ultima impronta
Non vi è dubbio che al centro della fotografia di Nathan Ellis Perkel ci siano le persone, con le loro sembianze o apparenze, con il loro presente. Nessuna ricerca di significati ma di segni particolari questo sì, quasi un bisogno latente di ritrarre ciò che sta attorno nella sua cruda normalità. Situazioni familiari, giovanili, curiose e a volte contraddittorie, più spesso, semplicemente esistenti. La vita degli umani nelle sue libere forme ed espressioni. Una placida rassegna del quotidiano, innesti di storie restituite senza troppe pretese ma con eleganza e sentimento. Un portfolio fatto in larga parte di ritratti ma anche di luoghi, frammenti di tempo attraversati per un attimo anziché spazi concepiti per rappresentare. Un paesaggio umano che si lega più ad un vissuto personale che ad un’indagine vera e propria. Come nella serie Just Passing Through. «Ho voluto parlare dell’esistenza transitoria degli uomini sulla Terra, e dell’ultima impronta che lasciamo» ci dice il fotografo con una certa schiettezza che non tradisce il suo linguaggio e i suoi mezzi artistici.
Battaglie verdi
La fotografia di Anna Collette esplora i conflitti e le problematicità insiti nell’habitat contemporaneo. Le sue rappresentazioni, scevre da compromessi e filtri ideologici, mettono in discussione e interrogano il paesaggio, quasi a volere riscrivere le nostre aspettative senza inacidirle eccessivamente. Uno sguardo fresco, esemplare, inalterato che sa più di rimprovero che di rimpianto. Un ammonimento a non distrarsi e a non lasciarsi inghiottire lo spirito da estranee o ciniche convinzioni, come è successo alla natura ritratta nella sua serie.
«Queste piante sono state originariamente portate nel nordest americano per il controllo dell’erosione, ma nel corso degli anni si sono diffuse in tutta l’area e hanno preso il sopravvento sulle specie autoctone. Per sostenersi si avvolgono intorno alle piante esistenti, ma questo alla lunga impedisce alla luce del sole di passare e il loro sistema di sostegno alla fine muore. C’è una tristezza poetica in questa invasione che non è così sconosciuta. Proprio come ogni invasione, è violenta, rapida e irreversibile. Tutto il mondo rappresentato in queste fotografie è diventato verde, e anche se risulta abbastanza tranquillo e sereno vi è una tensione di fondo che lo consuma.»
Senza parole
Inizia in modo casuale il viaggio speciale che Jessica Ingram intraprende attraverso i memoriali e i siti storici del Sud degli Stati Uniti, per interrogarsi sulla memoria e sulle scelte che le persone o le società fanno, e sul loro impatto sulle singole comunità e sul paesaggio. Nel suo sito web il progetto è documentato in ogni sua tappa attraverso brevi descrizioni. Un racconto da non perdere.
«Cinque anni fa, vagavo per il centro di Montgomery in un caldo soffocante, presi a piedi un sentiero panoramico e mi trovai di fronte ad una grande fontana ornamentale, situata in un padiglione di mattoni. Una placca diceva che mi trovavo nel sito storico della ex Court Square Slave market, il luogo dove i mercanti di schiavi vendevano uomini, donne e bambini al miglior offerente. Citava dei dati crudi e concreti, che specificavano i valori in dollari per gli schiavi al tempo e come a nessuno fosse dato un cognome. Rimasi senza parole. La fontana, con i suoi pennacchi di acqua che si inarcavano nell’aria afosa per atterrare in una fresca e spumeggiante schiuma, ridicolizzava la vergognosa storia del luogo. Inoltre, le parole stampate sul cartello erano così vuote di sentimento, e in nessun modo ne testimoniavano l’esperienza e il significato. Ho guardato le persone che passavano di lì chiedendomi se sapessero o pensassero alla storia sotto i loro piedi.»
Attraverso
Incontrare il lavoro e le parole di Rachel M. Wolfe significa rallentare. Nella serie che presentiamo può capitare di trovarsi a guardare dalla finestra o verso una finestra. Un esercizio che può rappresentare quasi una metafora del bisogno di guardare dentro e fuori di noi. È una ricerca di senso e di un legame con ciò che ci sta attorno per arrivare a raccontare e forse condividere delle esperienze sensoriali. Si tratta di sentimenti: vedere l’invisibile e dare forma all’inesplicabile. Le parole della scrittrice e fotografa autodidatta ci parlano di questa ricerca di significato.
«Not Even But Almost è uno sguardo investigativo sulla vita contemporanea e la sua natura insoddisfacente. Osservando intimamente gli ideali di felicità percepiti nel “là fuori” possiamo capire come le nostre situazioni interiori di riserbo e di malcontento sono state create. La comprensione di come la mente scende a patti con la realtà diventa evidente in queste visioni esterne, creando inconsapevolmente situazioni di perenne incontentabilità. L’accanimento nello scoprire e quasi capire continua a persistere nei difetti insiti nella natura umana. Attraverso questo lavoro spero di aiutare chi guarda a scoprire come la ricerca della totalità è dissimulata nella nostra ricerca di felicità.»
Guardare i ricordi
Documentare le radici, le abitudini, i costumi, le espressioni ovvero colori e forme delle identità del paesaggio rurale americano è alla base di quella ricerca fotografica straordinaria che è Prairieland. Un modo per ridurre anche la distanza tra la realtà e l’immaginario, per ingannare gli stereotipi scoprendone lentamente le qualità nascoste. Una poesia fatta di luoghi capaci di sorprendere e di incuriosire. È quello che succede con la serie Duck Blinds del fotografo Dave Jordano: chi guarda è rapito dalla propria curiosità. Jordano con grande bravura si muove sui contrasti, lo spazio diventa un palcoscenico freddo, minimale, bianco e assoluto per esaltare una materia fatta di nature aggrovigliate. Strutture improvvisate, banali solo in apparenza, poiché capaci di incantare rivelando piano piano una straordinaria personalità, fatta di piccoli segni e diversità. E proprio da queste leggere ma sostanziali variazioni che emerge tutta l’umanità dello studio di Jordano. Un paesaggio annullato, dove prevale il silenzio e dove galleggiano come sospesi in un vuoto esistenziale i rifugi temporanei dei cacciatori . Tracce di storie dimenticate. Storie di caccia, di uomini e di prede, di trappole e di nascondigli, di attimi e di lunghe attese. Ricordi più che racconti che Jordano deve documentare perché consapevole che presto saranno portati via dal tempo.