Segno e significato
Avvicinare l’imprescindibile lavoro di Lee Friedlander, fotografo senza dubbio tra i più influenti del secolo scorso, equivale a interrogarsi sul significato primario della rappresentazione fotografica, ad affrontare un complesso quanto immediato saggio visivo sulla stessa. Non a caso quello dell’America degli anni sessanta e settanta raccontato dall’obiettivo di Friedlander può essere a ragione definito “paesaggio sociale”, frammentato e caotico quanto ricco di paradossi e rimandi costanti a problematiche culturali palesi o celate. E il linguaggio utilizzato si nutre della stessa frammentazione e della medesima ricchezza. Come ci trovassimo davanti a fotogrammi triti di un’americanità da cartolina per venire smentiti solo un attimo dopo. Ecco che solo in superficie i luoghi rappresentati restituiscono modelli noti e riconoscibili, mentre queste singole finestre spalancate sulla cosiddetta normalità e sulla banalità del quotidiano sono sguardi fulminei profondamente intrisi di inquietudine e disorientamento. La complessità compositiva si dissimula così in un’apparente casualità degli scatti e in un altrettanto apparente costrizione spaziale di due sole esigue dimensioni, mentre a uno sguardo più attento e insistito si svela nella sua labirintica progressione. Quasi che la profondità dei piani equivalga al peso specifico concettuale dell’immagine, alla concretezza dei significati che quest’ultima porta in sé, obbligando l’occhio a comporre uno spazio unitario e la mente a scardinare certezze precostituite alla ricerca di nuove e personali chiavi di lettura.
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