Lacrime di vetro
Gli esperimenti di manipolazione in campo fotografico sono cresciuti di pari passo con lo sviluppo delle tecnologie. Un fenomeno che tuttavia ha radici lontane se pensiamo a Man Ray, Lissitzky e altri artisti che manipolano la realtà per costruire un’immagine funzionale al suo effetto più che alla sua sostanza. Questa ricerca del surreale, dell’assurdo, dell’irrazionale prosegue ancora oggi con nuovi mezzi non meno sorprendenti. Spesso dietro ad un velo di sottile ironia si cela però una preoccupazione per la vuota solitudine dell’esistenza. In questo modo leggiamo il lavoro di Erik Johansson e il suo contenuto simbolico. La manipolazione diventa anche un modo per la riaffermazione dell’individuo e la sua condizione universale. Così possiamo guardare a “Go your own road” in cui l’artista prende per mano la strada e la porta avanti. Tutto questo ci suggerisce una riflessione sulla potenzialità della fotografia nell’interpretazione del paesaggio umano di cui siamo parte, come testimonia con le sue parole lo stesso fotografo svedese.
« Ho sempre voluto creare qualcosa di diverso con le mie foto, e per gli ultimi 10 anni ho giocato con le foto nel computer. Ho comprato una fotocamera DSLR pochi anni fa e da lì ho iniziato a fare delle manipolazioni più serie. Inizia sempre con un’idea, poi devo trovare un luogo dove realizzarla. L’ispirazione non ha mai rappresentato un problema per me, credo che sia il mio modo di guardare al mondo che mi circonda. A come qualcosa possa essere diverso.
Sono sempre stato affascinato dalle forme impossibili e dall’infinito. Alcuni dei miei artisti preferiti sono M.C. Escher, Rob Gonsalves e Salvador Dalì. Il senso di vuoto e i paesaggi smisurati aiutano a creare la sensazione di essere portato in un altro mondo. Cerco sempre di rimanere il più vicino possibile alla realtà, voglio che l’immagine appaia più reale possibile, ma allo stesso tempo con un tocco inusuale.
Le foto sono il mio sbocco creativo, quelle pubblicate sul mio sito web sono tutte parte di progetti personali e frutto di idee che mi sentivo di dover realizzare. Di solito non pianifico quello che farò dopo, è solo un mero prodotto dell’immaginazione. Lascio l’interpretazione dei miei lavori a chi guarda, tutto ciò che faccio è quello di dare un titolo alla foto».
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