I giganti all’orizzonte
Attraverso questa indagine Mark Bentley ci assicura sulle potenzialità che la fotografia conserva come mezzo efficace di esplorazione delle questioni urbane contemporanee. Tuttavia le affermazioni della fotografia, ora comunemente accettata come linguaggio espressivo sono anche evidenze per una ricerca, sociologica e antropologica, sul paesaggio umano, e richiedono una attenta distinzione in ciò che viene prodotto dal pensiero prima ancora che dalla tecnica. Questo richiederà soprattutto a chi si occupa delle trasformazioni territoriali una capacità di lettura delle immagini. Questo aspetto erroneamente dato per scontato ha come risultato una prolifica, ridondante, spesso stucchevole e insipida, produzione (a volte overdose) iconografica sul territorio. Una lettura che non è solo grammaticalmente corretta ma concettualmente significativa di ciò che è pubblicato sarà determinante, come percepiamo dalle parole di Mark Bentley, un fotografo scozzese di stanza a Madrid con una particolare passione per l’architettura.
«Lo scopo di questo progetto tutt’ora in corso è di fotografare e documentare i grandi condomini situati in diverse città europee. Concepiti principalmente nel dopoguerra come soluzioni utopiche alla carenza di abitazioni, questo tipo di costruzioni furono adottate quasi universalmente da entrambi i lati della Cortina di ferro. Oltre mezzo secolo fa, questi alti edifici residenziali continuano a caratterizzare e definire la morfologia urbana europea. Malgrado la natura documentale del progetto, è mia intenzione tuttavia evitare contestualizzazioni socio-politiche dei luoghi e di concentrarmi invece sull’idea del ritratto architettonico e sugli ideali di rappresentazione. Nella fotografia di architettura è una pratica diffusa il ritrarre gli edifici in condizioni di illuminazione ideali e di sforzarsi per una ‘continuità’ delle immagini finali. Questa pratica può anche essere osservata nel mondo tipicamente lustro della pubblicità: nelle campagne di promozione turistica è particolarmente rilevante. Preso come un pezzo controverso del tessuto urbano il mio obiettivo è di ottenere dei ritratti di questi grattacieli senza ricorrere all’immagine mediatica del degrado urbano (stereotipo), che ad essi è comunemente associata. Ho anche cercato di evitare gli esempi importanti (protagonismo), nonché quelli più estremi della scala (eccessiva enfasi).»
Sabbia nel fumo
Carlos Jiménez Cahua si pone distante per osservare, studiare e quasi abbracciare i caratteri essenziali del rapporto che insiste tra l’uomo e la sua natura. Lo fa scegliendo una terra secca, polverosa e deserta quasi come il cielo piatto e grigio che le fa ombra. Un paesaggio sospeso in una nebbia che toglie il fiato come un inevitabile destino. In questa natura aliena, asciutta, ai più inospitale, il fotografo peruviano ritrae la vita, o meglio, un desiderio di abitare dai contorni incerti e dai toni malinconici. Ma pur sempre di vita si tratta, se non forse di una lotta incessante per imporre la propria condizione esistenziale sullo sconosciuto. Un muro, un tetto, una pietra, una croce e vari altri tentativi di spezzare il tempo e quindi la natura che di per sé è costante evoluzione, di piegarli a proprio vantaggio e non essere più solo dei consapevoli passeggeri. Inoltre questo lavoro ci porta in un luogo in cui ci rendiamo conto che la sopravvivenza in un ambiente aspro sfida le nostre aspettative culturali.L’imposizione di costruzioni culturali all’interno di questo panorama sembra quasi assurda come la scenografia di una commedia di Beckett.
«Quello che ha principalmente guidato il mio interesse nella fotografia di paesaggio non è il paesaggio in sé, ma la sua relazione con l’uomo. Sono particolarmente interessato alla terra laddove è in fase nascente o di continuo sviluppo da parte delle persone, tra la terra vergine e le città di cemento. A parte una profonda attrazione estetica per Lima, questo è ciò che motiva la mia scelta della città come soggetto, il cui sviluppo è così dilagante (e casuale), che queste nuove aree sono chiamati pueblos jóvenes, o città giovani. In definitiva, nonostante il mio concentrarsi su pezzi di terra, penso che le mie foto parlino di più del suo popolo».
Temporaneo contemporaneo
Il progetto a lungo termine denominato “Copia”, che da sette anni vede impegnato Brian Ulrich in una sorta di esplorazione visiva dal taglio antropologico della cosiddetta cultura del consumismo, attraversa gli Stati Uniti tracciando quella che si potrebbe azzardare a definire una nuova geografia dell’omogeneizzazione. Rappresentare un mondo trasversale ed esteso come quello dei centri commerciali e dei grandi magazzini, fortemente connotato quanto disorientante, attraverso ritratti tanto impietosi da apparire delicati, intrisi di una poetica quasi esistenzialista, non lascia scampo e costringe l’osservatore a interrogarsi sulla logica ferrea su cui si basa un modello di sviluppo economico, prima ancora che sociale e politico, che sta mostrando da tempo i propri limiti. Gli enormi contenitori fluorescenti che dispensano oggetti multicolori e richiamano volonterosi sostenitori della causa comune, quella del rilancio economico di un Paese che per la propria sopravvivenza si vede costretto ad equiparare consumismo e patriottismo, appaiono come fastosi templi scricchiolanti, ammiccanti portali spalancati su di un vuoto non più evitabile, che si rispecchia a tratti sui volti più spauriti che inconsapevoli di chi attraversa quotidianamente questi luoghi.
Mascherata opulenza
Confrontarsi con le trasformazioni sociali del territorio è un modo per capire anche la nostra di geografia interiore. L’impronunciabile serie del fotografo olandese Kraaijeveld sembra muovere da una spontanea curiosità verso gli aspetti più insoliti della vita nella tumultuosa potenza produttiva cinese. Una sorta di attrazione fatale che lo spinge a collocarsi dietro le quinte per osservare e ritrarre le persone in un clima spensierato. Un modo per raccogliere un risultato non scontato o banale. Una lettura ingannevole, ironica solo di primo acchito, sottilmente ambigua grazie ad un sottofondo costante di compassione, la vera firma dell’autore.
«Zelfontspanchinezen, come si traduce? Letteralmente sarebbe qualcosa di simile a cinese autorilassante, ma non è esattamente lo stesso. Zelfontspanner è l’olandese per autoscatto. Direi che la serie è una combinazione dei due concetti. In questa serie ho cercato di ritrarre il cinese medio durante un giorno di riposo in occasione del 60 ° anniversario della Repubblica popolare cinese, nel 2009. Dal mio punto di vista, i cinesi sembrano essere sempre al lavoro, voglio dire, almeno la metà di quello che ho è fatto in Cina. Volevo vedere la maggior parte di questa gente, che sembra lavorare non-stop, avrebbe fatto trovandosi improvvisamente a condividere una settimana feriale. Per me la fotografia è la traduzione su pellicola (o sul sensore a volte) di quello su cui mi imbatto, nel modo migliore possibile. Faccio un sacco di foto di architettura, poiché non si muove più di tanto e posso aspettare la luce migliore per prendere un buono scatto. Quando ho il tempo (e quando non lo ho), mi prendo il mio tempo per comporre un’immagine, perché penso che anche questo sia fotografia, invece di usare un software per migliorare quello che ho fotografato per farlo funzionare. Se sbaglio il colpo, ritorno indietro e lo faccio di nuovo. Anche se sono felice delle foto scattate in Cina, probabilmente ci ritornerò.»
Sbattito di ali
L’indagine fotografica del poliedrico artista Simon Vahala è di quelle che non lasciano scampo. Le ragioni sono ben descritte nel bel testo, inedito, di Karolina Dolanska di cui riportiamo la lettura che segue. Un’interpretazione emozionale della geografia raccolta dal fotografo ceco attraverso una ricerca introspettiva ma anche estetica, che nel fare dell’imperfezione la regola, rivela questo ingrediente essenziale alla normalità. Un insieme di paesaggi, senza dubbio umani, che lasciano l’osservatore sospeso e indeciso in un limbo di pensieri.
«Immediatamente, siamo vinti da un completo silenzio. Non è il silenzio dettato dall’assenza di parole – quella sorta di sospensione di quando si aspettano le parole e con loro una spiegazione – ma il silenzio di un mondo dove le parole non sono mai esistite e mai lo saranno. È un silenzio delle cose che semplicemente accadono, senza che qualcuno se ne accorga o ci faccia caso. Il soggetto? La natura incisa dall’intervento umano, forse. Ma qui, questi segni positivi emergono come segni della cultura, dove gli esseri umani sono uguali alla natura, dove natura e cultura sono due facce della stessa medaglia, non in conflitto, ma che vivono insieme, complementari. In questo mondo ci rendiamo conto che l’impresa umana esiste per una ragione, e che vi è un punto di vista dal quale essa risalta nobile e monumentale, nella sua chiara e tecnica funzionalità. Nobile e monumentale come la natura che la circonda. Le opere d’arte con cui ci confrontiamo non sono politicamente imbevute nel senso più banale del termine, cioè quando è noto a tutti in anticipo ciò che si deve pensare e sentire e possiamo scrivere esattamente il motivo per cui le cose sono così. Qui, nel silenzio che ci sintonizza alla frequenza del battito d’ali di una farfalla in volo, non sappiamo come mettere in parole ciò che sentiamo. Ciò consente alla sensazione di restare con noi e vivere di vita propria anche quando cessiamo di guardare una fotografia.»
Le città invisibili
Avvicinarsi all’imprescindibile lavoro di Giustino Chemello, alla sua maniera esclusiva di rappresentare la realtà quasi depurandola, distillandone l’essenza ultima, seppure passibile di innumerevoli interpretazioni, significa porsi di fronte a una finestra spalancata su una dimensione essenzialmente interiore, plasmata dai pensieri e dai ricordi di ognuno, più che dalla contingenza. In questo caso, più opportunamente che in altri, la parola chiave è poesia, come ama sottolineare lui stesso. «Poesia come forma più alta di illusione, salvifica, per vivere la vita pur nella consapevolezza della sofferenza e della morte». Immagini che parlano di un uomo che è tutti gli uomini, di un mondo colto, plasmato e poi restituito come mai veduto prima, nuovo perché al di là del tempo, noto e condiviso perché assoluto. «Ci si muove sul filo dell’ambiguità», aggiunge Chemello, «ma con consapevolezza, lontano dalla superficialità», cogliendo ogni pretesto per mettere in scena singole visioni pure, raffinate da ogni «residuo fastidioso» di realtà, ed essere, infine, «contemporanei come una pietra.»
Vista laterale
A volte attraversiamo il nostro tempo distratti e ciò che vediamo diventa un paesaggio fluido ed omogeneo, dove i riferimenti si fanno scarsi se non quasi inutili. Se poi questo guardare diventa routine allora lo spazio può perdere la sua dimensione fino ad annullarsi o coincidere con una sorta di scenografia ripetitiva, o come una canzone che ascoltiamo senza dare troppo peso alle parole. Il progetto del fotografo turco-inglese sembra voler spezzare questa sorta di incantesimo. Le sue immagini appaiono come delle pause necessarie alla memoria. Il bianco e il nero azzerano il tempo e ci lasciano contemplare il mondo marginale, quello che sostiene il vuoto lasciato dal nostro passaggio e da quello di altri pendolari. Ecco che l’insignificante diventa ricordo e, forse, nostalgia. Kerim Aytac ci fa respirare, anche se solo per un attimo.
«La traiettoria di un pendolare. Un viaggio di molti, a cui dare uno sguardo. La città attraversata, che scorre, è difficile da decifrare. L’esistenza è apparentemente il suo unico scopo, il pendolare vede questo spazio, in cerca di un racconto o di un ricordo, ma non lo raccoglie. La prova è tutto quello che c’è, prova che questi spazi devono essere monitorati e che hanno bisogno di essere là, tra casa e lavoro, lavoro e casa. In questo progetto ho cercato di comprendere la soggettività dei pendolari, attraverso un focus sugli spazi ambigui attraversati ogni giorno. Le immagini tentano di recuperare ciò che è perduto, placidi momenti che si ignorano facilmente, ma che possono agire come testimonianza dello stato delle esistenze contemporanee».
Vivere consapevole
Definire Gloria Chung una fotografa è sicuramente inutile o probabilmente riduttivo. Basta un rapido sguardo ai suoi progetti, ai suoi post quotidiani e ad alcune tracce video per capire come in realtà quello adottato è solo uno dei mezzi attraverso cui guardare lo spazio per appropriarsi dei suoi significati. Un campo d’indagine che, distante dai tecnicismi, percorre diverse forme e manifestazioni di occupazione del suolo. Rappresentazioni quasi antropologiche che fotografano le diverse scale dell’agire umano e, innegabilmente, ne smascherano gli aspetti più taciti. Dalle lucide visioni sotterranee di Seoul, alle strette e soffocanti condizioni lavorative di alcune botteghe anonime, fino alla variegata geografia aerea del progetto “Flights”. Tra i suoi lavori quello che meglio riflette la capacità di immedesimarsi con l’ambiente è “Elka Park”. È sufficiente uno sguardo distratto per cogliere la natura intima di questo racconto e la spiccata sensibilità della sua autrice, una qualità, quest’ultima, indispensabile per leggere il territorio e per scrivere di esso.
«Nessuna televisione, senza radio, senza servizio di telefono, senza connessione a internet. C’è voluto un po’ per abituarsi al silenzio dello stare lontano dalla città, ma i suoni della natura e di una casa da sé possono essere abbastanza sorprendenti, specialmente quando si è isolati. Nello scattare foto per questo progetto ero più consapevole dei suoni e del silenzio di quanto lo sia mai stata. Appena dentro e intorno alla casa stessa è un torrente in piena; una baracca fatiscente con una porta mezza scardinata; gli alveari, gli alberi scricchiolanti; il cigolio degli infissi; il calpestio di un topo; lo scampanio del vento; i passi delle escursioni nei boschi; il crepitio del legno nel camino o la buca del fuoco all’esterno; i suoni lontani di automobili veloci, i cani che abbaiano, i falchi che stridono, le fucilate dei cacciatori, gli aerei di linea al di sopra, i temporali. In inverno ho immaginato di sentire la neve che cade. Questi sono gli unici suoni che sento per alcuni giorni e che mi ipnotizzano».
Presenze assenti
L’indagine fotografica di Danilo Murru ci proietta all’interno delle mura carcerarie fin dal suo titolo che inequivocabilmente rimanda alle strette ed affilate parole del poeta messicano Octavio Paz. Un racconto che sembra inseguire un significato che tarda ad arrivare. Una ricerca che procede con il vuoto susseguirsi di porte, finestre e cancelli. Ambienti asettici, spazi ridotti, colori piatti, rigide geometrie, presenze assenti. Un labirinto silenzioso che nasconde infinite direzioni e vite che si rivelano al fotografo non appena è in grado di varcare la loro soglia. Ed è così affacciandosi timorosi alle celle, dove a ciascuno detenuto è permesso di crescere le proprie fantasie più che le speranze, che vediamo finalmente la luce. Una luce quasi universale, leggera e tersa che entra proibitivamente dall’esterno quasi a scagionare e redimere il passato. Una luce che lascia anche trapelare lentamente riferimenti quotidiani. Desideri nudi, un cesto di mele, una bandiera di calcio, coperte e libri, un modellino di una nave a vela. Indiscretamente scopriamo gli oggetti con i quali si può cercare di farsi amico il tempo e nascondere i pensieri.
Un’altra domenica nera
Non deve essere stato facile, per il fotografo Kirk Crippens, introdursi intimamente negli spazi abbandonati dalle famiglie americane colpite dall’esplosione della bolla immobiliare. È come calpestare una ferita aperta. C’è un silenzio di fondo che maschera frustrazione, rabbia, delusione, sorpresa ma anche le tracce vive delle tradite speranze domestiche di milioni di persone. Un documento ineludibile che fa luce su un dramma diffuso e sembra volere colmare il vuoto lasciato dall’indifferenza.
«Negli ultimi tre anni, il disagio indotto dai diffusi pignoramenti negli Stati Uniti è diventato una urgente preoccupazione nazionale. C’è molto dibattito pubblico su come risolvere il problema che ha decimato le comunità, minaccia l’intero sistema finanziario, e sembra discreditare il sogno americano. Ispirato all’impatto duraturo delle fotografie sulle tempeste di sabbia della Grande Depressione, Foreclosure, USA documenta la città di Stockton, in California, che è spesso definita come l’epicentro della crisi dei pignoramenti per illustrare alcune delle cause e degli effetti della attuale crisi finanziaria. Stockton ha registrato un boom abitativo spettacolare dal 2000 al 2006. Gli sviluppi residenziali hanno pressato avidamente sui terreni agricoli circostanti, fermandosi poi improvvisamente sulle loro tracce, quando il sistema creditizio si è prosciugato. Stockton purtroppo è oggi una delle capitali dei pignoramenti degli Stati Uniti. Mentre lavoravo a questo progetto, nel 2009, una abitazione su 27 della zona aveva ricevuto un avviso di pignoramento e il tasso di disoccupazione era salito al 17,1%, continuando a salire fino al 18,3% del marzo 2010. Le fotografie di questa serie servono come una testimonianza silenziosa della grande recessione.»
L’uomo che affonda
Tutto il lavoro di Carlos Albalá si muove con scarti minimi all’interno di una zona d’ombra, una regione all’apparenza remota e marginale rispetto al mondo conosciuto che poggia sulle solide basi dell’abitudine, fatto di luoghi saldamente ancorati alla quotidiana attività dell’uomo. Nella periferia urbana solitamente esplorata dal fotografo spagnolo la dimensione temporale pare essersi inceppata, quasi accavallandosi, restituendo la vuota sospensione che è propria dei luoghi in rovina, frammenti di un futuro troppo prossimo per non ipotizzare una sorta di archeologia del presente. Quando il buio dell’ignoto invade questi spazi fino a diventarne la materia stessa, come accade nella recente serie “From Nowhere Onwards”, allora diventa quasi impossibile trovare uno spiraglio nel buio per non temere quello che ci aspetta, spaventoso e paziente, da qualche parte là fuori. Gli oggetti, le stanze che li contengono, i luoghi stessi da cui si fugge, così come i ricordi e i rimpianti, e forse anche le speranze e ciò che ancora deve accadere, tutto viene lasciato indietro e va perduto, nella notte.
Insolite rivelazioni
Ciò che resta di un albero, un cane che osserva dalla finestra, una staccionata bianca, una palma fuori posto, un giardino vagamente insolito, un Babbo Natale sgonfiato, una sedia sdrucita. Di questo e altro si compone la poesia visiva di Sarah Lemoncelli. Un racconto favoloso fatto di piccole gioie e situazioni domestiche, in cui i dettagli nascondono vite intere e sembrano capaci di scalfire l’universo di credenze e illusioni quotidiane, e di scuoterci con discrezione. Un mondo forse un po’ stucchevole ma che ancora ci stupisce e fa sorridere.
«Viviamo in una terra di combattivi. Ciascuno lotta per un posto. Ci spingiamo ad andare sempre più in grande, veloce, meglio. Scaliamo verso la vetta sfuggente del sogno americano. I piccoli momenti scolpiti al di fuori di quella lotta, i minuscoli tagli di orientamento, l’introspezione e la valutazione sono ciò che permette di osservare il comportamento e porre domande. È in queste frazioni intermedie che impariamo di più sul viaggio che stiamo facendo.»
Civiltà di passaggio
Segni del tempo e della memoria. Segnali sulla strada. Marquis Palmer cerca di riunire la geografia attorno a sé a partire dagli oggetti. Un oggetto qualunque nella sua interpretazione diventa elemento simbolico, quasi raffigurazione del bisogno di astrarre senso dal superficiale per contestualizzare meglio il tacito significato. Il percorso di Palmer assomiglia un po’ a quello di collezionista che cerca di dare un valore diverso alle cose, molto più soggettivo, per fare sì che il tempo che si lascia dietro non sia così vano.
«Behind the Signs può essere visto come una documentazione dei luoghi che mi sono lasciato alle spalle. Le informazioni sulla parte anteriore del segnale possono essere viste solo da coloro che vanno in direzione opposta. Viste, pertanto, da chi si reca nei luoghi che ha appena abbandonato. Fotografando la parte posteriore dei segnali privo deliberatamente chi guarda delle indicazioni e lo costringo a vedere il segno nel suo ambiente come un oggetto quasi scultoreo. La serie è una specie di futile passatempo che mi vede ricercare la bellezza in oggetti altrimenti ordinari e superflui»
Epopea generica
Nella società contemporanea appropriarsi dello spazio è anche un modo per avvicinarsi alla storia e a ciò che siamo. Scott Conarroe lo fa attraverso la fotografia. Il suo lavoro, che privilegia necessariamente i grandi formati, evidenzia il desiderio di abbracciare il territorio e suoi molteplici significati, di raccontarne quindi la cultura. La ferrovia come pretesto per riunire la storia. L’abbondanza di dettagli si traduce in ricchezza degli elementi narrativi da cui emerge la persona oltre che il fotografo. I luoghi probabilmente non sono del tutto casuali e diventano la base per ricercare una propria estetica del paesaggio contemporaneo, lontano dall’esibizionismo e dalla facile polemica.
«By Rail è un’indagine sull’infrastruttura ferroviaria Nord Americana. È in parte elegia, cupa e romantica come la decadenza del periodo dorato dell’industrializzazione, e in parte studio della cultura lasciata alle spalle. In essa, i binari sono un filo conduttore, una sorta di presenza costante tra le vaste distese di terra, che oscilla nella cultura attraverso diversi fusi orari. Il Nord America si è sviluppato in tandem con le tecnologie ferroviarie. Ad est immigrati e veterani della guerra civile costruirono la prima First Transcontinental Railway, dal Pacifico il prodigioso lavoro dei cinesi portò i binari attraverso le montagne e in mezzo la confederazione canadese con il compito di riunire una costa all’altra. Nel mentre, la crescita della popolazione accelerava il declino dei territori nativi controllati. By Rail rappresenta una civiltà in bilico tra la storia e ciò che ne sarà di essa. L’ultima immagine di questa serie è stata presa nel gennaio 2009 quando, tra le altre cose, Barack Obama è stato il primo presidente americano eletto dal 1953 a giungere a Washington in treno.»
Paura del vuoto
La necessità dell’uomo di conoscere e dominare il pianeta, da sempre, di mapparlo e dare il proprio nome pure ai luoghi più impervi e irraggiungibili, somiglia molto a un timore primigenio, incancellabile, che è quello di non lasciare una qualsiasi traccia del proprio passaggio, una conferma, quasi, della propria esistenza, come se incidere un nome, una data o un cuore trafitto sul tronco di un albero ci mettesse al riparo dall’essere dimenticati. La teoria, paradossale quanto inappuntabile dal punto di vista logico, secondo cui un luogo che non è conosciuto, esperito e quindi vissuto, non esiste affatto, porta con sé lo stesso sottile senso di angoscia e di perdita ben rappresentato da questa serie di Daniel Augschöll, raffinata e in parte difficoltosa nella sua lettura, se questa paura primordiale la si vuole evitare. Se invece ci lasciamo condurre per mano dal giovane fotografo berlinese fin sul ciglio di questo buco nero, possiamo darvi uno sguardo fugace sul fondo, su quel vuoto senza nome che sta tra la natura intesa come tale e la fitta trama di tracce e segni e impronte casuali o volute che la rendono “umana” e quindi reale, finalmente parte nel mondo conosciuto, al sicuro.