Insoluti naturali
Dopo aver già scritto della sua serie Mistake By The Lake, ci piace ritornare sul portfolio di Chris Mottalini per segnalare una curiosa quanto inedita evoluzione nella sua ricerca espressiva verso un costruttivismo della realtà ed in modo più particolare della natura. Una natura rappresentata ambiguamente e contaminata attraverso l’introduzione di elementi naturali tuttavia non autoctoni. Una manipolazione resa esplicita ancora di più, talvolta, dalla presenza di oggetti estranei e artificiali. Mottalini sceglie una scala ridotta per richiamare e interpretare in modo personale un tema veramente diffuso. Ci offre una visione leggera, non impressionante e meno insidiosa, tuttavia simbolica dell’agire umano sull’ambiente. E ci pare che queste microrealtà poste in primo piano da Mottalini e scaturite da un vissuto personale, quello dell’adesione ad un club geologico, volutamente liberano dei quesiti irrisolti. In questo senso ritroviamo lo stile di Mottalini, che indaga l’insospettabile con naturalezza, lasciando a chi guarda un residuo margine di interpretazione.
Mammiferi in città
Nessuna città è mai la stessa. Un po’ perché come qualsiasi organismo cresce e muta nel tempo e un po’ perché per quanto la guardiamo non saremo mai in grado di vederla tutta. Il lavoro di René Schmalschälger in questo senso è un’investigazione che riflette il desiderio di scoprire una città e le sue infinite rappresentazioni.
«Fotografando la città descrivo le persone che la costruiscono, la città come la
scrittura dell’azione umana. Cosa e dove fotografo è in parte casuale (passavo di lì) e in parte razionale (tuffarsi in una zona prescelta). Escludendo le persone dalle fotografie, evito le reazioni emotive automatiche che le persone hanno nei confronti delle altre persone. Utilizzando un’estetica astratta, aiuto lo spettatore a stare lontano da clichè, ironia, cinismo, sarcasmo o posizioni sociali, poiché spesso radicati nella banalità. La città è un luogo dove la maggior parte dello spazio è privato. Lo spazio privato è dove le persone si sentono libere di essere sé stesse, in contrapposizione allo spazio pubblico in cui devono essere socievoli. (more…)
Di chi è la terra?
Discariche, dighe, unità manifatturiere e abitative, piazzali, cave, binari, cavalcavia, zone marginali, rottami, funzioni e trasformazioni impattanti i territori, modi di uso del suolo discutibili, sono i ritratti geografici del fotografo Jason Koxvold. Con occhio compassionevole, paziente, cinico ma sempre elegante indaga consapevole i paesaggi della transizione, dalla Detroit dell’abbandono alla periferia postcomunista, dalla bulimica Asia all’iper produttività giapponese. Un mosaico schizofrenico che riproduce una terra lillipuziana, un brulichio di attività, costruzioni, panorami densi, frenetici e spesso grigi. Di chi è la terra, ci chiediamo.
«Il mio interesse per i paesaggi è nato dal bisogno di esplorare il desiderio dell’uomo di dominare il suo ambiente, di addomesticare la natura. Abbiamo un bisogno straordinario di rendere le cose rettangolari e di dipingerle di nero, bianco o beige. Questo processo di modifica del territorio è a volte incredibilmente rapido, altre volte così lento che è quasi impercettibile. Queste fasi di cambiamento spesso non sono viste o passano inosservate; nel documentarle trovo invece molte intersezioni tra la bellezza delle immagini e il cinismo proprio dell’osservare».
Buio e luce
«Una recente missione su Marte ci ha riportato sulla Terra incredibili e chiare fotografie sul paesaggio del pianeta». Tamir Sher sembra volerci provocare scherzosamente quando introduce il suo progetto artistico “Mars”. Le sue alterazioni visive raccontano tuttavia di immagini familiari rese volutamente aliene. Non un banale tentativo di appropriarsi della realtà modificandola a proprio piacimento, ma la volontà di rendere universale ciò che appare quotidianamente scontato. Un recinto, un edificio, un prefabbricato, un cimitero diventano simbolicamente pezzi iconici di un paesaggio frammentato, slegato e molto spesso privato d’identità. Luoghi che sembrano appartenerci fino ad un certo punto, oltre il quale poi si entra in una dimensione piatta e assoluta, nella quale svaniscono confini e proporzioni, certezze e conclusioni. «Sotto l’effimero artificiale del nostro mondo. Sopra, la naturale eternità dell’universo.» Una notte buia e spenta che quasi paradossalmente esalta la luce e le forme del giorno, rendendole più vivide, meno banali e in qualche modo diverse. Un contrasto visivo che ci spinge ad essere meno indifferenti al nostro ambiente?
Proiezioni condivise
È forse propria del popolo portoghese, da sempre affacciato sul mare, la caratteristica di scrutare l’orizzonte per individuare nuove direzioni verso cui spingere se stessi lasciandosi alle spalle ciò che vi è di più rassicurante e definito, allontanando traguardi e aspettative. Il fotografo João Henriques non è immune da questa predisposizione come lui stesso ci racconta.
Con “Capital Reflex” ho cercato di trovare delle immagini che potessero essere utilizzate come una metafora per la situazione attuale del panorama portoghese. Nonostante il titolo il lavoro dovrebbe riguardare non solo gli aspetti economici, ma suggerire una visione più ampia che includa aspetti sociali, politici ed altri, a testimonianza che tutto è interconnesso. La maggior parte di queste dinamiche sono comuni ad altre culture e Paesi, così se il linguaggio può essere un ostacolo ad una identità più globale, le immagini potrebbero rompere questo limite e spingerci verso un regno di esperienze condivise. In un approccio più interiore, il paesaggio o il locale sono qui intesi come luoghi di proiezione delle aspettative, delle convenzioni e dei preconcetti, che possono essere definiti non solo attraverso la sua mediazione e “mediatizzazione”, ma anche attraverso un rapporto sperimentale. Il fine di utilizzare i paesaggi e i luoghi alterati dall’uomo è quello di sfruttare il potenziale delle immagini come documento e come un innesco di emozioni.
Conclusioni affrettate
La prima impressione è quella di entrare nel vivo di un set cinematografico di un film su una fase postnucleare. Gli oggetti e le cose sembrano talmente fuori posto che la visione procede incerta in un’atmosfera quasi surreale. Un lavoro che corre sul filo dell’ambiguità e procede a scatti attraverso piccoli indizi che solo alla fine, grazie alle parole dell’autore, riusciamo a riunire in una storia. Il luogo infatti è reale, ed è proprio su questo disorientante pregiudizio percettivo che Kuletsly costruisce il suo racconto fotografico. Siamo a Solotvyno, in Ucraina, a circa 300 metri sottoterra. Quella che un tempo era una miniera di sale ora ospita una clinica per le malattie respiratorie. Qui le persone vengono a curarsi l’asma e altri disturbi ai bronchi e bronchioli. Si chiama Speleoterapia, ci racconta Kuletsky, e fu scoperta negli anni ‘50 in Polonia da alcuni scienziati che osservarono come chi lavorava nelle miniere di sale raramente soffriva di tubercolosi. Soddisfatti di questa lezione di geografia non ci resta che ricominciare da capo il nostro viaggio tra i cunicoli e gli spazi della clinica sotterranea, sorridendo di noi stessi e delle nostre conclusioni affrettate. Ci conforta il fatto che per una volta l’immaginazione ha prevalso sulla realtà.
Serene ispirazioni
Gli scatti scandinavi di Davide Salvi sono frutto di una ricerca stilistica lunga e austera che si nutre sentimentalmente della realtà. Una sorta di ossessione che, come il fotografo ci suggerisce, diventa «ispirazione fatta di suoni, di odori, di lunghe riflessioni ed estrema attenzione per i particolari. Ce ne sono a milioni, ce ne sono miliardi e tanti altri ancora a me sconosciuti.» Una sensibilità che si traduce in un approccio alla vita: «osservare la realtà da una lente mi fa sentire protetto, mi fa sentire inarrivabile, e in base allo stato d’animo sento di poterne prendere ciò che voglio, scartandone il resto. Difficilmente cerco di crearmi le condizioni necessarie per riportare in un immagine un pensiero o una scena ben precisa. Ho sempre preferito andare a cercarmi la versione originale altrove, per poterla sentire e toccare personalmente, immortalandola a mio piacimento.» Immagini istantanee prive di post produzione ci restituiscono rispettosamente atmosfere nordiche rigorosamente su medio formato. «Sono entrato forse un po’ troppo prepotentemente nell’ottica “quadrata” che ormai non riesco ad immaginare altrimenti.»
Luci della ribalta
Non v’è dubbio che i luoghi fotografati da Karin Borghouts siano reali. Eppure il loro stare in perfetto equilibrio tra realtà e immaginazione lascia interdetti, suscita dubbi e curiosità, rovescia sullo spettatore un’ineludibile senso di alienazione che rimane a lungo e viene rafforzato dall’immagine seguente, dando un senso compiuto a questa sorprendente serie, e insieme moltiplicandone le innumerevoli possibilità di espansione. Quanto più ambigue e ingannevoli sono le immagini che ne nascono, tanto più preciso e impeccabile è lo sguardo della fotografa belga, che diventa esso stesso “costruttore” di luoghi, testimone non del tutto obiettivo di una natura messa in scena e sottomessa a mero strumento di composizione. Frammenti di un quotidiano inteso come tale solamente se colto per intero vengono giustapposti e allineati, come singoli caratteri a formare inedite frasi di senso compiuto, ottenendo così una lingua che non racconta più di spazi pubblici, giardini zoologici e parchi di divertimento, ma del rapporto tra la realtà e lo spettatore stesso, messo irrimediabilmente in discussione. Riferimenti alla storia dell’arte, alla pittura in particolare, e alla scenografia contribuiscono ad alimentare questa sorta di enigma irrisolvibile, tra verità indiscutibili e illusioni, tra la pura percezione e la certezza di essere parte di un mondo conosciuto.
Affreschi antropologici
Lo sguardo maturo e consapevole della fotografa londinese Freya Najade sembra voler prediligere lo studio di controversi fenomeni dell’agire sociale contemporaneo. I suoi lavori come moderni affreschi raffigurano in modo pittoresco specifici comportamenti e risvolti devianti della società postmoderna. Aspetti antropologici che innescano nella mente di chi guarda veri e propri cortocircuiti, come nella serie che qui vi presentiamo.
«Elvis and my Family riflette sui modi in cui le persone decorano i loro luoghi di lavoro e intrecciano la loro vita privata con la loro vita sociale, portando immagini e oggetti dalle loro case. Ancora, con questo progetto ho tentato di preservare una frazione del paesaggio urbano, che potrebbe scomparire. Non solo quelle a conduzione familiare, ma anche le piccole e medie imprese stanno scomparendo a causa di nuove tendenze in tempi di globalizzazione. Le catene di negozi dominano gran parte dell’ambiente urbano, sfavorendo un’estetica personale di questi luoghi.».
Compartimenti isolati
«Attraverso un altoparlante stridulo lei mi chiede di ripetere. Spingo qualche banconota attraverso la fessura. Con la coda dell’occhio mi accorgo che qualcuno sta dietro la linea gialla sul pavimento. Mi vedo riflesso e mi schiaccio più vicino al vetro per leggerle le labbra. Lei raschia il microfono e l’altoparlante gracchia di nuovo. Un biglietto rientra attraverso la fessura. Per una frazione di secondo le sfioro la punta delle dita, prima che il nostro incontro sia terminato. Un segnale sonoro e, dietro di me, qualcuno che attraversa la linea.»
Realizzate durante l’autunno del 2007, queste immagini del giovane visual artist svedese raffigurano luoghi e spazi in cui alcuni soggetti appaiono controllati, rinchiusi e forse protetti in compartimenti isolati. Tuttavia queste presenze, che così inquadrate appaiono poco confortanti, ci parlano di una silenziosa e familiare poetica urbana, fatta di brevi gesti, sguardi fugaci, parole lasciate in sospeso nella fretta di spostarsi altrove o di restare in movimento per timore di non apparire realmente. Figure colte di sorpresa, vere quanto patetiche, appaiono congelate in una posizione che ci provoca qualche imbarazzo e una sensazione di sconvenienza.
Danni collaterali
«Sono alla ricerca di luoghi che conservano una traccia delle strutture architettoniche demolite, che in un certo senso parlano della situazione politico-economica di un paese che sta cercando di dare vigore alla propria economia voltando le spalle alla crescita centralizzata, e di promuovere e sovvenzionare la costruzione di complessi residenziali nella periferia dell’area metropolitana». E proprio le periferie delle grandi città messicane diventano nelle fotografie di Alejandro Cartagena lo specchio di una trasformazione urbana senza quartiere, dettata esclusivamente dalle leggi di un mercato che solo apparentemente segue dinamiche precise e ineluttabili, e spesso invece sorprende pure i cosiddetti pianificatori con scarti e sviluppi non pianificabili. I segni di questa corsa al profitto sono sotto gli occhi di tutti, e sono queste ferite inferte al corpo della città e del suo territorio più immediato ad essere al centro della ricerca del fotografo dominicano. (more…)
Relitti meridionali
Il Meridione italiano ritratto da Sandro Messina si presenta come un universo a sé stante, una realtà che fa della propria unicità la sola possibile chiave di lettura, ancor di più se lo sguardo si concentra sulla Sicilia, esaltata e quasi sublimata dal proprio essere isola, fortezza inviolabile e sprezzante che volge le spalle al mondo eppure tormentata al suo interno, vaso cavo a contenere storie e culture e vite, le più diverse, e laceranti conflitti, nei secoli passati e in quelli a venire. I luoghi rappresentati nella serie Bridge restituiscono una sorta di commistione irrisolta tra la natura selvatica dei dintorni dello Stretto di Messina e i segnali più o meno palesi degli incombenti sommovimenti ambientali, mentre Our Heritage mette in luce le connessioni a tratti stridenti tra l’uso del territorio e il suo straordinario patrimonio archeologico. Tuttavia, comune a entrambi i progetti è un sottile senso di alienazione che nasce in chi osserva questi luoghi attraverso la loro impeccabile rappresentazione fotografica, ma anche in chi li attraversa e li vive in prima persona, quasi che l’imponente mole del tempio di Agrigento o un trascurato quartiere residenziale del messinese aggredito dalla vegetazione fossero singoli reperti di una stessa indefinita dimensione parallela non del tutto terrena, quella dei miti che si perdono nel tempo.
Luoghi campione
C’è qualcosa di speciale che lega la fotografa Inge Stolwijk alla città olandese chiamata Woerden. Una città che per decenni è stata riconosciuta statisticamente come la città “Media” dei Paesi Bassi. Una sorta di luogo campione dove testare i prodotti, verificare le ricerche e così via. Il suo sguardo si sposta genericamente tra questa apparente normalità geografica rappresentando le persone e gli spazi mediante una poetica familiare che si nutre di dettagli sottili e piccole identità che rendono il cielo meno grigio e spesso.
« Credo di essere sempre stata più interessata a sollevare domande che a trovare risposte. Mi interessano le cose che nella vita consideriamo “normali”, che vediamo come delle certezze. Con il mio lavoro cerco di far riflettere lo spettatore proprio su queste. Sono nata e cresciuta a Woerden e sono sempre stata sorpresa dal fenomeno “Media”. Quando iniziai questo progetto, pensavo che stessi cercando di mostrare la straordinarietà nelle cose che consideriamo ordinarie. (more…)
Iper-realismo
Realizzata per commemorare i 20 anni della caduta del muro di Berlino, la serie di Guido Castagnoli interpreta i 9 luoghi dove la sera del 9 Novembre del 1989 fu aperto il passaggio dei primi gates. «La cosa che più mi ha colpito di questa ricerca è come ancora oggi la città porti sulla sua superficie (e non solo) le profonde cicatrici di un doloroso passato ahimè non poi così lontano.» ci scrive in una nota che ci racconta del suo modo di ritrarre la realtà. «Fotografare per me significa sostanzialmente cercare di parlare del mio personale modo di sentire il mondo ma (ed è questa la cosa più interessante) con una possibilità in più: parlare anche di se stessi ma attraverso la descrizione di un mondo che sta assolutamente al di fuori noi. Ed è qui che il processo si arricchisce. Proprio attraverso questo scambio a due sensi. Una sorta di loop emozionale. Il luogo stesso in qualche modo contiene, o forse meglio, riflette un’emozione che già appartiene al mio bagaglio emozionale che si arricchisce e modifica nel tempo di pari passo con le esperienze vissute non per forza legate alla sola esperienza fotografica. (more…)
Lunghe esposizioni
La notte sembra fornire al fotografo spagnolo Andrés Medina la possibilità di riappropriarsi dello spazio nella sua dimensione più neutra. Privato della vita che lo attraversa di giorno, lo spazio diventa una perfetta scenografia in cui l’artista si muove dialogando disinvolto con la luce di volta in volta necessaria a dare respiro e importanza alle sue forme e linee più suggestive.
«Con la serie “Night experience” volevo mostrare l’importanza della luce che trasforma i paesaggi urbani al calare della notte. Posti che diventano speciali per me, come risultato della ricerca che ha avuto luogo attraverso lunghe esposizioni notturne. Luoghi vuoti con grande forza visiva, efficaci nella loro semplicità. Sono siti industriali, parcheggi, costruzioni civili, stazioni ferroviarie, impianti sportivi. In generale cerco luoghi che nessuno si aspetta di vedere fotografati. Luoghi distanti dalle persone, svuotati per un momento delle proprie funzioni. Questi siti sono solitamente cupi, con un’atmosfera fredda, e talvolta producono reazioni sconfortanti nell’osservatore.»